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Analisi di bilancio. Analisi della liquidità

L’analisi della liquidità è finalizzata ad evidenziare la capacità dell’azienda di fare fronte agli impegni di breve periodo. Nel contributo, in particolare, è presa in esame la scomposizione del capitale circolante nei due cicli commerciale e finanziario.

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Prof. Marco Fazzini

Ordinario di Economia Aziendale, Università Europea di Roma

Dottore commercialista

 

Key words: analisi di bilancio, riclassificazione dello Stato patrimoniale, analisi della liquidità, margine di tesoreria, capitale circolante netto, CCN, quick ratio, liquidity ratio, analisi del ciclo commerciale, analisi del ciclo finanziario.

Indice: 1. Finalità dell’analisi della liquidità - 2. Margine di tesoreria e indice di liquidità - 3. Capitale circolante netto e indice di disponibilità - 4. la scomposizione del capitale circolante netto - 5. Il ciclo commerciale - 6. Il ciclo finanziario

1. Finalità dell’analisi della liquidità

L’analisi della liquidità è finalizzata ad evidenziare la capacità dell’azienda di fare fronte agli impegni di breve periodo attraverso l’utilizzo del capitale circolante (disponibilità liquide, crediti e rimanenze).

Al fine di esaminare tale attitudine, è possibile fare riferimento al seguente set di indicatori, che possono essere determinati sulla base dello Stato patrimoniale riclassificato secondo il criterio finanziario.

2. Margine di tesoreria e indice di liquidità

Il margine di tesoreria rappresenta una grandezza finalizzata ad evidenziare la capacità dell’azienda di far fronte agli impegni di breve periodo con le risorse disponibili, ovvero quelle liquidabili in un orizzonte temporale compatibile con la scadenza delle passività a breve (convenzionalmente un anno, ma da giudicare in funzione delle caratteristiche dell’impresa o del settore.

Per risorse disponibili si intendono le liquidità immediate (disponibilità correnti in cassa e su conto corrente) e liquidità differite (rimanenze, crediti, investimenti finanziari a breve). La liquidità afferente al primo gruppo, evidentemente, è disponibile per sua natura. Quella relativa al secondo gruppo presenta caratteristiche eterogenee che si riflettono sull’attitudine ad essere liquidate in tempi variabili.

Un credito ha una sua scadenza fisiologica prevista da un contratto o dagli usi; anche se essa non sempre può essere anticipata, esistono forme tecniche volte ad assicurare un incasso più rapido, sia di natura commerciale (accordo con il cliente di migliori condizioni per le forniture future, accollo di costi di trasporto, ecc.), che finanziaria (sconto di effetti, ricevute bancarie, factoring, ecc.).

Le rimanenze presentano invece elementi distintivi del tutto peculiari. Anzitutto, non tutte le giacenze in magazzino sono facilmente cedibili. Esse possono essere parzialmente obsolete e di qualche utilità solo per l’azienda che le detiene. È il caso, ad esempio, di parti di ricambio per macchinari non più in commercio da tempo: per lo svolgimento del ciclo produttivo sono vitali, ma sul mercato hanno un valore molto scarso e non è semplice mettere in contatto domanda e offerta. Anche qualora i beni siano fungibili, non è detto che vi siano le condizioni per la vendita; un’impresa che produce biscotti potrebbe incontrare difficoltà se volesse rivendere materie prime quali farina e uova, in quanto la loro qualità è soggetta ad una scadenza e a condizioni di mantenimento ottimali che possono essere solo parzialmente dimostrate.

In secondo luogo, a patto che le rimanenze siano integralmente liquidabili, è alquanto rischioso ipotizzarne la cessione completa. Un livello fisiologico di scorte rappresenta una condizione essenziale per fronteggiare gli imprevisti e le necessità di natura produttiva o commerciale.

Da tutto questo si deduce che le rimanenze sono valori di breve periodo nel senso che la loro ricostituzione avviene con un tasso di rotazione relativamente rapido (in dipendenza dal settore di riferimento), ma una parte di esse è parte integrante della struttura non corrente dell’azienda. Pertanto, la dismissione delle stesse rappresenta un evento che può produrre impatti sulle dinamiche gestionali e in qualche misura compromettere l’ordinato svolgimento del business aziendale.

Sulla base di tale ragionamento, il margine di tesoreria (MT) è costruito ponendo a confronto l’ammontare delle attività correnti con le passività correnti al netto delle rimanenze di magazzino:

Margine di tesoreria = Attività correnti – Rimanenze – Passività correnti

Il margine di tesoreria è giudicato positivamente quando è maggiore di zero, quando cioè esistono sufficienti attività correnti (ad esclusione delle rimanenze per le ragioni appena ricordate) che possono essere utilizzare per soddisfare i debiti a breve scadenza, senza intaccare il processo produttivo. Quando invece esso è minore di zero significa che, in caso di richiesta di rientro delle somme dovute a fornitori e finanziatori, l’impresa non è in grado di assolvere al proprio impegno.

La relazione tra le grandezze in questione può essere rappresentata anche sotto forma di rapporto, che prende il nome di indice di liquidità (detto anche liquidity ratio):

L’indice di liquidità evidenzia quante volte le attività correnti liquidabili sono superiori o inferiori alle corrispondenti passività correnti. Teoricamente il rapporto è da considerarsi positivamente quando è maggiore di 1; se minore di 1, significa che l’impresa potrebbe non essere in grado di fare fronte agli impegni di breve periodo. Operativamente occorre però fare riferimento alle mediane di settore o del peer group di riferimento.

3. Capitale circolante netto e indice di disponibilità

Il capitale circolante netto (CCN) è un margine che presenta caratteristiche similari a quello di tesoreria; al pari del precedente, è finalizzato ad accertare se un’impresa è in grado di fare fronte agli impegni aventi scadenza a breve con le disponibilità correnti, considerano fra le attività correnti anche le rimanenze. La formula è la seguente:

Capitale circolante netto = Attività correnti – Passività correnti

Le rimanenze, per quanto costituiscano una parte di patrimonio più o meno vincolato all’impresa, pur con le limitazioni dette in precedenza, rappresentano comunque risorse che possono essere in tutto o in parte alienate. Valori maggiori di zero indicano capacità di creare liquidità e pertanto di assolvere alle obbligazioni assunte; valori inferiori attestano invece una situazione di potenziale impasse finanziario.

Un capitale circolante netto negativo assume una valenza peggiore rispetto ad un margine di tesoreria negativo almeno per due ragioni. Anzitutto, ciò dimostra che nemmeno attraverso la potenziale cessione delle rimanenze i creditori sociali possono essere soddisfatti nel breve periodo. In secondo luogo, l’ipotesi di dismettere le rimanenze può avere un impatto negativo sull’operatività aziendale; se tale ipotesi non si rivela sufficiente, significa che gli stessi investimenti sono da considerarsi a rischio.

Correlato al capitale circolante netto è l’indice di disponibilità (detto anche current ratio), originato dal rapporto fra attività e passività correnti:

Tale indice esprime una situazione positiva quando è superiore all’unità, di tensione finanziaria, invece, se inferiore. Si ricorda comunque che si tratta di una soglia teorica, che deve essere messa a confronto con i risultati medi settoriali.

Infine, è importante non confondere il capitale circolante netto (CCN) con il capitale circolante netto operativo (CCNop) determinato attraverso la riclassificazione dello Stato patrimoniale secondo il criterio funzionale; quest’ultimo costituisce un margine costruito sulla base della medesima logica, ma riferito esclusivamente alla gestione operativa.

4. La scomposizione del capitale circolante netto

Il capitale circolante netto rappresenta la sintesi degli impieghi di capitale e delle fonti di finanziamento a breve termine.

Dal momento che l’analisi della liquidità è strettamente legata alle dinamiche delle operazioni che hanno un orizzonte temporale inferiore ai dodici mesi, ne consegue che una più attenta verifica della sua composizione rappresenta un passaggio obbligato per comprenderne la genesi e l’evoluzione. Tenendo presente la distinzione tra aree gestionali, è possibile approfondire gli effetti delle principali decisioni attinenti alla sfera operativa e a quella finanziaria, attraverso l’esame: a) del ciclo commerciale; b) del ciclo finanziario a breve.

 5. Il ciclo commerciale

Il ciclo commerciale riguarda le dinamiche inerenti all’incasso dei crediti, al pagamento dei debiti e alla rotazione delle rimanenze; esso è strettamente correlato alle attività svolte e varia da business a business, in base alle politiche commerciali che ne regolano i rapporti. In linea di massima, la migliore efficienza si raggiunge quando i tempi di incasso sono più brevi rispetto a quelli di pagamento; questo permette di creare la liquidità necessaria per fare fronte ai propri impegni garantendo un margine di sicurezza.

Tale ciclo può essere scomposto in tre componenti elementari:

  • i giorni di dilazione media concessa ai clienti (turnover dei crediti);
  • i giorni di dilazione media ottenuta dai fornitori (turnover dei debiti);
  • la giacenza media delle rimanenze (turnover delle rimanenze).

La somma algebrica definisce la durata media del ciclo commerciale.

 La dilazione media dei crediti verso clienti

Il turnover dei crediti misura la durata media della dilazione concessa alla clientela, vale a dire il tempo che intercorre fra il momento in cui è rilevato il ricavo (cioè della fatturazione) e quello del suo incasso. Esso è così determinato:

I giorni di dilazione media sono calcolati dividendo i “giorni commerciali” dell’anno (360, al netto cioè delle principali “feste comandate”) per il rapporto tra i ricavi delle vendite e i crediti verso clienti.

Si supponga, ad esempio, che i crediti ammontino a 120 € e che i ricavi siano pari a 1.000 €. I giorni medi di dilazione concessa sono pari a 43. Infatti:

La dilazione media dei debiti verso fornitori

Il turnover dei debiti misura la durata media della dilazione concessa dai fornitori, vale a dire il tempo che intercorre fra il momento in cui è rilevato il costo e quello del suo pagamento. Esso è così determinato:

I giorni di dilazione media sono calcolati dividendo i giorni commerciali dell’anno (360) per il rapporto tra il costo di acquisto di materie prime e servizi e i debiti verso fornitori.

Si supponga, ad esempio, che i debiti ammontino a 36 € e che i costi per materie prime e servizi siano rispettivamente pari a 300 € e 100 € (totale 400 €). I giorni medi di dilazione sono pari a 32. Infatti:

La giacenza media delle rimanenze

La durata media delle giacenze misura il turnover delle rimanenze, ovvero quanti giorni esse permangono in “magazzino” prima di essere utilizzate per il ciclo produttivo o per la vendita. Tale indicatore fa riferimento essenzialmente alle scorte tipiche di un’azienda commerciale e industriale; non si presta invece a determinare il turnover di particolari tipi di rimanenze, come i lavori in corso su ordinazione, che presentano caratteristiche differenti.

Il calcolo della durata media differisce a seconda che il bene sia rappresentato da materie prime o da prodotti finiti. Nel caso delle materie prime (m.p.) si ha:

Si ricorda che il consumo di materie prime è così determinato:

Consumo m.p. = rimanenze iniziali m.p. + acquisti di m.p. – rimanenze finali m.p.

Nel caso invece dei prodotti finiti (p.f.), i giorni di giacenza media sono pari a:

Il costo del venduto è calcolato sommando i costi di produzione: consumi di materie prime, trasporti, ammortamenti, mano d’opera diretta, lavorazioni esterne, etc.

Si ipotizzi che le rimanenze iniziali di materie prime siano di 20 €, quelle finali di 25 € e gli acquisti effettuati nell’anno di 300 €; le rimanenze finali di prodotti finiti ammontano invece a 30 €. Anzitutto è possibile determinare il consumo di materie prime:

Consumo m.p. = 20 € + 300 € – 25 € = 295 €

Sulla base di tale informazione si calcolano i giorni di giacenza media delle materie prime, che risultano essere pari a 31:

Si supponga poi che il costo del venduto sia così articolato:

 

Consumi 295
+ Trasporto 15
+ Mano d'opera diretta 80
+ Ammortamento 200
+ Manutenzioni 10
= Costo del venduto 600

Applicando la formula, i giorni di giacenza media dei prodotti finiti risultano essere pari a 18:

La durata del ciclo commerciale

Considerando congiuntamente le durate medie dei crediti, dei debiti e delle rimanenze, è possibile calcolare la durata del ciclo commerciale:

 

Giorni dilazione crediti v/clienti
+ Giorni giacenza rimanenze m.p.
+ Giorni giacenza rimanenze p.f.
Giorni dilazione fornitori
= Durata del ciclo commerciale

Applicando tale schema ai valori determinati in precedenza, la durata media è pari a 59 giorni:

 

Giorni dilazione crediti v/clienti 43
+ Giorni giacenza rimanenze m.p. 31
+ Giorni giacenza rimanenze p.f. 18
Giorni dilazione fornitori 31
= Durata del ciclo commerciale 59

 6. Il ciclo finanziario

Il capitale circolante netto comprende, oltre alle poste del ciclo operativo, anche quelle del ciclo finanziario di breve periodo, composto da disponibilità finanziarie e debiti finanziari. Sono di seguito presi in esame alcuni indicatori che correlano l’ammontare a) della liquidità corrente e b) dei finanziamenti a breve ad altre grandezze di bilancio.

 La liquidità corrente

L’analisi della liquidità corrente può essere effettuata attraverso i seguenti indicatori:

  • coverage del ciclo commerciale;
  • coverage dei ricavi.

Il coverage del ciclo commerciale è determinato rapportando proprio le disponibilità liquide al capitale circolante netto operativo:

Tale indice esprime il rapporto tra la liquidità realizzata e quella potenziale, che residua dopo aver pagato i debiti operativi. Perché il rapporto sia significativo, occorre che il CCNop sia maggiore di zero.

Il coverage dei ricavi è dato dal rapporto tra le disponibilità liquide e i ricavi.

Esso esprime quanta parte dei ricavi operativi è mediamente trasformata in liquidità. L’indice in realtà è imperfetto, in quanto parte delle disponibilità si sono formate in periodi antecedenti e pertanto la cassa e la banca contengono valori che si sono costituiti per effetto di ricavi conseguiti negli esercizi passati. Ciò non di meno, esso esprime un valore indicativo, che naturalmente è differente da settore a settore.

Finanziamenti a breve

Una misura utile è rappresentata dall’intensità dei debiti finanziari a breve; essa è calcolata rapportando i debiti di finanziamento ai ricavi operativi:

Tale indice esprime il grado di indebitamento a breve termine necessario per conseguire un certo livello di fatturato. Il suo reciproco (Ricavi operativi/debiti finanziari a breve) dà vita ad un indice di rotazione; esso evidenzia infatti quante volte l’impresa è in grado di rimborsare il finanziamento a breve nel corso dell’anno grazie ai ricavi conseguiti.

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